E’ la seconda tra le commedie della "Cantata dei giorni pari", raccolta di opere che vanno dal 1920 al 1942, scritta ancora quando Eduardo recitava nella compagnia di Scarpetta.
       Protagonista è Gennaro, capocomico di una compagnia di guitti che vive in un misero albergo. Il primo atto, autobiografico, ci mostra la vita disordinata degli attori accampati in poche stanze nelle quali sono costretti a lavare e a cucinare di nascosto e a provare le battute del loro spettacolo. L'impresario della compagnia è Alberto, che ama Bice, una ragazza che crede nubile, in realtà maritata con un ricco conte. Scoperto in flagrante dal marito Alberto si finge pazzo per salvare l'onore di Bice. Pazzo si fingerà il conte stesso quando verranno scoperte le sue tresche con l'amante, e, come se non bastasse, anche Gennaro ricorrerà alla pazzia pur di non pagare il conto dell'albergatore.
       Il motivo della pazzia legato all'onore e alla morale, può essere ricondotto alle tematiche pirandelliane, del Berretto a Sonagli e dell'Enrico IV, ma Eduardo vi innesca i suoi umori, vi aggroviglia una serie di situazioni comiche che liberano la pazzia dalla tragedia e dalla disperazione.
       La pazzia diventa così un'elemento drammaturgico per far scattare una serie di avvenimenti umoristici e farseschi che si rifanno ad accorgimenti della commedia dell'arte.
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